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Consumo in standby: quanto costano gli apparecchi accesi

10/07/2026

Consumo in standby: quanto costano gli apparecchi accesi

Tra tutti i voci che compongono la bolletta elettrica domestica, il consumo in standby è probabilmente quella più sottovalutata e, per questa ragione, anche la più difficile da aggredire con efficacia: non si manifesta in un gesto preciso, non corrisponde a un momento d'uso consapevole, ma si accumula silenziosamente nell'arco delle ventiquattro ore, giorno dopo giorno, attraverso decine di dispositivi che restano collegati alla rete anche quando nessuno li sta utilizzando. Televisori, decoder, caricatori, router, elettrodomestici con display digitale, sistemi audio, console da gioco: ciascuno di questi apparecchi assorbe una quota di energia che, presa singolarmente, appare irrisoria, ma che nell'insieme può rappresentare una percentuale tutt'altro che marginale del consumo annuale di un'abitazione.

L'Agenzia Internazionale dell'Energia stima che il consumo in standby degli apparecchi domestici incida mediamente tra il 5% e il 10% del totale dei consumi elettrici residenziali nei paesi sviluppati; alcune stime più conservative si attestano intorno al 6-8%, mentre analisi condotte su abitazioni con un elevato numero di dispositivi connessi — scenario tutt'altro che raro nel 2026 — riportano valori che si avvicinano al 15%. La variabilità è ampia perché dipende dalla composizione del parco apparecchi, dall'anzianità dei dispositivi e dalle abitudini di utilizzo, ma la direzione è univoca: si tratta di un carico costante, non modulabile con il comportamento ordinario dell'utente, che opera indipendentemente dall'attenzione o dalla distrazione di chi abita la casa.

Affrontare il tema con la necessaria precisione richiede di distinguere tra le diverse modalità di "spegnimento apparente" che i dispositivi moderni implementano, perché non tutti i consumi residui derivano dalla stessa causa tecnica, e non tutti si possono ridurre con le stesse misure. La confusione tra standby passivo, standby attivo e modalità sleep è molto diffusa anche tra chi si occupa di efficienza energetica in ambito professionale, e porta spesso a interventi parziali o mal calibrati.

Differenze tecniche tra standby passivo, standby attivo e modalità sleep

Lo standby passivo — quello che in gergo tecnico viene talvolta chiamato "standby di primo livello" — è la condizione in cui un apparecchio mantiene alimentata solo la circuiteria minima necessaria a ricevere il segnale di accensione dal telecomando o da un timer interno; i valori di assorbimento sono generalmente compresi tra 0,1 e 0,5 watt, e corrispondono alla situazione che si ottiene, ad esempio, premendo il tasto di spegnimento sul telecomando di un televisore di nuova generazione conforme alle normative europee in vigore. Lo standby attivo, invece, descrive la condizione in cui il dispositivo continua a eseguire operazioni in background — aggiornamenti del firmware, sincronizzazione con server remoti, mantenimento della connessione di rete, precaricamento di contenuti — e l'assorbimento può variare da 1 a oltre 10 watt a seconda dell'architettura e della configurazione software; i decoder satellitari di prima e seconda generazione sono l'esempio più citato in letteratura, con assorbimenti in standby attivo che in certi modelli superano i 12-15 watt. La modalità sleep, infine, è tipica dei computer e dei monitor: riduce il consumo rispetto al funzionamento pieno, ma mantiene attiva la memoria RAM e spesso anche la connessione di rete, con assorbimenti che oscillano tra 1 e 5 watt per i laptop e tra 0,5 e 3 watt per i monitor a tecnologia LED.

Questa stratificazione tecnica ha implicazioni pratiche rilevanti: ridurre il consumo in standby di un decoder di vecchia generazione, che assorbe 14 watt per 20 ore al giorno, equivale a risparmiare circa 102 kWh all'anno, ovvero — con le tariffe dell'energia elettrica attualmente vigenti in Italia, intorno a 0,28-0,30 €/kWh nella fascia domestica — una cifra tra i 28 e i 30 euro annui per singolo apparecchio. Moltiplicato per i tre o quattro dispositivi ad alto assorbimento residuo presenti in un'abitazione media, il risparmio potenziale aggregato supera facilmente i 100 euro l'anno, una soglia che rende razionale un intervento sistematico.

Mappatura dei consumi residui per categoria di dispositivo

Costruire una mappa attendibile dei consumi in standby richiede strumenti di misura diretta — i cosiddetti misuratori di potenza da presa, disponibili a meno di 20 euro — perché i valori dichiarati nelle schede tecniche dei prodotti sono spesso riferiti a condizioni ottimali o a configurazioni di fabbrica che l'utente medio non mantiene; il router Wi-Fi, ad esempio, viene quasi universalmente lasciato acceso tutto il giorno anche quando nessuno è in casa, con un assorbimento continuo di 5-12 watt che su base annua ammonta a 44-105 kWh. I televisori OLED e QLED di fascia medio-alta, conformi al regolamento europeo ErP (Energy-related Products), presentano consumi in standby passivo inferiori a 0,5 watt, ma molti modelli venduti tra il 2018 e il 2022 — ancora presenti in larghissima parte delle abitazioni — assorbono tra 1 e 3 watt in standby attivo a causa delle funzioni di "quick start" abilitate per impostazione predefinita. I caricatori USB e gli alimentatori switching, quando lasciati inseriti nella presa senza caricare alcun dispositivo, assorbono tra 0,1 e 0,5 watt ciascuno; il dato individuale è trascurabile, ma in un'abitazione con dieci o dodici caricatori in uso costante l'accumulo annuo può raggiungere i 15-20 kWh. I forni a microonde, i cui display digitali restano accesi ventiquattro ore su ventiquattro, assorbono mediamente 2-3 watt in standby; le lavatrici con pannello elettronico, spesso lasciate in stand-by tra un ciclo e l'altro, si attestano tra 1 e 2 watt.

Un'abitazione tipo — tre locali, quattro persone, parco elettrodomestici di media anzianità — può avere tra i 15 e i 25 dispositivi che contribuiscono al consumo in standby; la somma dei loro assorbimenti residui si colloca spesso tra i 30 e i 60 watt costanti, il che significa tra 263 e 525 kWh l'anno destinati a un'attività che nessuno ha deliberatamente scelto di finanziare.

Normativa europea e obblighi di etichettatura per i produttori

Il quadro normativo europeo in materia di consumo in standby si è strutturato in maniera progressiva a partire dal regolamento CE n. 1275/2008, poi aggiornato dal regolamento UE n. 801/2013 e successivamente integrato nei regolamenti delegati della direttiva ErP; dal 2013 i prodotti immessi sul mercato europeo devono rispettare limiti massimi di 0,5 watt per lo standby passivo e di 1 watt per lo standby con funzione di visualizzazione delle informazioni attiva, con alcune deroghe per categorie specifiche come i decoder e i gateway di rete, che godono di limiti più permissivi in ragione delle funzioni operative che svolgono in background. Il regolamento UE 2019/2021, relativo ai display elettronici, ha ulteriormente inasprito i requisiti, introducendo limiti dinamici legati alla superficie del pannello e vietando la modalità "fast start" con assorbimento superiore a 0,5 watt. Nel 2026, con l'entrata in vigore delle revisioni previste dal piano d'azione per l'efficienza energetica della Commissione, i limiti per alcune categorie di prodotti connessi — in particolare i dispositivi con funzioni di smart home e domotica — vengono ridefiniti con soglie più stringenti, anche in risposta alla proliferazione di dispositivi IoT che mantengono connessioni permanenti alla rete.

La conformità normativa, tuttavia, riguarda solo i prodotti nuovi: il parco installato nelle abitazioni italiane include una quota rilevante di dispositivi acquistati prima dell'entrata in vigore dei regolamenti più recenti, e su questi l'utente finale non dispone di alcuna leva normativa, ma solo di quella comportamentale o tecnologica — ovvero la sostituzione o il controllo attivo dell'alimentazione tramite prese con interruttore o smart plug.

Misure pratiche per il controllo e la riduzione del consumo in standby

L'intervento più semplice e immediatamente efficace per ridurre il consumo in standby resta lo spegnimento fisico dei dispositivi tramite interruttore o ciabatta multipla: eliminare l'alimentazione toglie alla radice qualsiasi assorbimento residuo, senza richiedere investimenti né modifiche all'impianto. La sua limitazione è operativa — richiede un'abitudine che molti utenti non riescono a mantenere con costanza, specie per apparecchi come il decoder o il router che richiedono tempi di riavvio non trascurabili — ma su dispositivi come il sistema audio, il televisore e l'home theater rappresenta la soluzione a costo zero con il miglior rapporto tra semplicità e risultato. Le prese intelligenti (smart plug) con monitoraggio del consumo in tempo reale aggiungono un livello di automazione che supera il problema della discontinuità comportamentale: tramite app o integrazione con sistemi domotici, è possibile programmare lo spegnimento automatico degli apparecchi in orari prestabiliti, oppure attivare lo spegnimento condizionato all'assenza di persone in casa rilevata da sensori di presenza. Il costo di questi dispositivi — tra i 10 e i 30 euro per unità, a seconda delle funzioni — si ammortizza in un arco di tempo variabile da qualche mese a due anni, a seconda dell'assorbimento dell'apparecchio controllato.

La disabilitazione manuale delle funzioni di standby attivo attraverso i menu di configurazione dei dispositivi è una misura meno diffusa ma spesso molto efficace: nei televisori di fascia media e alta è possibile disattivare il "quick start" o la "modalità di rete in standby", riducendo l'assorbimento residuo da 3-5 watt a meno di 0,5 watt; nei decoder, dove il firmware lo consente, è possibile impostare lo spegnimento completo dopo un periodo di inattività; nei computer, la gestione dell'alimentazione del sistema operativo permette di configurare la transizione dallo sleep all'ibernazione — condizione in cui il consumo è assimilabile allo spegnimento — dopo un tempo definito dall'utente. Queste impostazioni esistono nella quasi totalità dei dispositivi moderni, ma restano quasi sempre nelle condizioni di default fissate dal produttore, che tendono a privilegiare la rapidità di risposta rispetto all'efficienza energetica.

Relazione tra proliferazione dei dispositivi connessi e crescita del carico in standby

La diffusione degli assistenti vocali, dei dispositivi per la smart home, delle telecamere di sicurezza IP e dei sensori connessi ha introdotto una nuova categoria di apparecchi che non hanno una modalità standby nel senso tradizionale del termine: sono progettati per essere permanentemente attivi, in ascolto continuo della rete o dell'ambiente, e il loro consumo "a riposo" corrisponde al consumo operativo minimo — generalmente tra 1 e 4 watt per dispositivo. In un'abitazione con dieci dispositivi IoT sempre accesi, il carico permanente aggiuntivo si colloca tra i 10 e i 40 watt, ovvero tra 87 e 350 kWh annui; una cifra che, sommata al consumo in standby dei dispositivi tradizionali, rende ancora più rilevante l'impatto complessivo del carico residuo sull'energia consumata dall'abitazione. La questione non riguarda solo il risparmio economico individuale: su scala nazionale, il carico aggregato degli apparecchi in standby e sempre accesi rappresenta una domanda elettrica di base che influisce sulla pianificazione della rete e sulle emissioni associate alla generazione; secondo le stime dell'ENEA, il potenziale di risparmio derivante dall'eliminazione dei consumi in standby non necessari nel parco residenziale italiano supera i 4 TWh annui, un dato che equivale all'output annuo di un impianto di generazione di media taglia e che rende il tema rilevante anche nella prospettiva della transizione energetica in corso.

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Annalisa Biasi

Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to